Lina Dominissini, una stilista fuori dagli schemi
di Barbara Vuano
La prima volta che incontrai Lina Dominissini rimasi colpita dalla sua eleganza: signorile, ma assolutamente personale. Quel giorno era vestita tutta in nero: una cappa buttata sulla spalla, fermata da una spilla in argento e cristallo di rocca disegnata da lei, abbinata all’anello che portava al dito; in testa l’immancabile cappello a cloche; solo la maglia – frutto di un originalissimo assemblaggio di due diversi golfini – spezzava il nero con quadri bianchi cuciti in sbieco.
A ogni nuovo appuntamento, l’impressione lasciata dal suo stile si è rafforzata: Lina indossa un cappello diverso per ogni occasione, lo indossa sempre con una classe naturale e una noncuranza da fare invidia. La sua figura longilinea e la statura slanciata bene si accordano con gli abiti sartoriali che lei stessa si è confezionata, studiati e rifiniti in ogni minimo dettaglio, secondo le regole da sempre adottate nel suo atelier.
Lina discende da cognomi importanti. Da parte materna, Dominissini, è la quarta generazione di una tradizione sartoriale avviata dal bisnonno e da lei portata al suo apice. Dal lato paterno eredita il nome dei Candidi Tommasi Crudeli, legato a due illustri antenati, entrambi di Poppi (Arezzo), che hanno speso la propria vita per affermare il pensiero critico e difendere ideali di libertà.
L’uno, Tommaso Crudeli (1702-1745), poeta e giurista, morì giovane dopo essere stato incarcerato e torturato dal tribunale dell’Inquisizione per il suo pensiero antidogmatico ed eterodosso. L’altro, Corrado Tommasi Crudeli (1834-1900), fu medico illustre, membro dell’Accademia dei Lincei, garibaldino, partecipò alla Spedizione dei Mille e divenne clinico di fiducia di Garibaldi, parlamentare e poi Senatore a vita; gli fu eretto un busto commemorativo sul Gianicolo.
Con questa genealogia non c’è da stupirsi che Lina affermi fin da bambina il suo spirito libero.
«Mia madre mi voleva ragazzina per bene» dice «io no, ero un maschiaccio in pieno, e di questo ho sofferto molto: in una giornata avevo anche quattro rivoluzioni dentro di me, fin quando un giorno – potrei descriverlo come una giornata di luce – sono andata via interiormente: io ero luce».
Con questa chiarezza interna Lina si avvia su una strada che non sarà facile ma in cui sempre si manterrà salda e fedele a se stessa.
«Io mi sono sempre rispettata» dice.
Come abbia fatto a rimanere disobbediente pur accettando le regole che sua madre Renza le imponeva è lei stessa a spiegarlo:
«Ho sempre fatto tutto di nascosto a mia madre. Mi mandava ad acquistare materiali da Prevedello, Donadon, Linda, in centro: secondo lei non dovevo presentarmi da uno con la borsa dell’altro, perché non si offendesse; io andavo da Prevedello, compravo, pagavo, mettevo il pacchetto sotto il braccio e andavo da Donadon. Se io pago perché non devo andare? Quando arrivavo a casa mia madre mi diceva: “La gà telefonà la signora tal dei tali, perché non la gastu salutada?” e io: “Non l’ho vista”, invece l’avevo vista».
«Non volevo essere quello che gli altri volevano da me».
«Nella mia sofferenza di ragazza non ero come gli altri, è stato molto difficile per me mantenere un equilibrio fra l’essere come mia mamma mi voleva e rispettare me stessa».
La sua trasgressione alle regole Lina l’ha consolidata strada facendo: quando finì i tre anni dell’Istituto “Blanchini” a Udine, sua madre la iscrisse, giovanissima, alla rinomata scuola di moda “Marangoni” di Milano, dove frequentò quattro anni in due, seguendo il Corso d’arte del modello e quello del figurino, per non gravare economicamente sulla famiglia; tuttavia in quei due anni riuscì a farsi notare da maestri e stilisti e a intessere rapporti che le sarebbero tornati preziosi durante la vita professionale.
Il suo estro creativo fu subito evidente: durante i corsi disegnò una serie di modelli che, osservati oggi, rivelano già una capacità artistica compiuta.
A Milano affinò le tecniche di costruzione dell’abito, la capacità di progettare e di pensare in proprio; ideò perfino acconciature per parrucchieri e, tornata a Udine, curò una striscia per il Messaggero Veneto dove venivano pubblicati i suoi figurini.
Rientrata in sartoria, capì che doveva pazientare, inserire un poco alla volta la sua creatività nell’atelier che la madre, fino ad allora, aveva condotto proponendo modelli dell’alta moda francese acquistati alle sfilate milanesi. Una rivoluzione silenziosa che Lina ha portato avanti con tenacia, opponendo alle paure di sua madre – «Te me perderà tutte le siore» – un lento ma determinato progetto di rinnovamento non solo delle linee e dei colori, ma della concezione stessa di atelier.
«Facevo una lettura di queste donne. Mi inserivo con proposte, ho rivoluzionato il modo di lavorare».
«I miei capi vengono riconosciuti»
«Riuscivo a capire cosa ognuno conteneva e a interpretarlo». «Ritengo sia un’interpretazione del sé».
Lina, nel suo lavoro, univa intuizione e percezione; dopo aver preso le misure posava le mani intorno al corpo della cliente e lo tastava per sentirlo, come una cieca; era molto più di una tecnica: era presa di contatto, ascolto. Lo faceva con tutti, anche con gli uomini, non senza un certo loro imbarazzo.
Tornata da Milano presto capì che i modelli che aveva appreso a realizzare alla scuola “Marangoni” erano troppo perfetti, e marcavano le imperfezioni delle figure, perciò in breve li abbandonò per approdare al proprio originale modo di lavorare.
Disegnava di getto, ascoltando Čajkovskij, e ogni pezzo che costruiva era unico, non più ripetibile, perché pensato per quella specifica persona e non per un’altra a cui non sarebbe stato adatto. Riflettendo, si rese conto che i suoi abiti, essendo eseguiti con materiali di prima qualità e tagli che prevedevano molto sfrido, implicavano costi elevati e non sarebbero stati proponibili su scala commerciale. Con un montaggio diverso, che prendesse in considerazione l’errore come una risorsa, avrebbe potuto contenere gli scarti e creare capi inusuali e innovativi. Per sua madre e per i sarti tradizionali accettare l’errore nella costruzione di un capo era inammissibile; per Lina, invece, era una fonte di possibilità e di suggestioni: spezzando e alternando linee e quadri, sfruttando l’irregolarità, slanciava le figure, mitigava i difetti e si divertiva a inventare. Anziché perdere le clienti, come sua madre paventava, si trovò ad aumentarle e a raccogliere un ampio successo. Tutte le signore che potevano permetterselo si rivolgevano a lei, sicure che i loro abiti sarebbero stati unici, perfetti e irripetibili.
Dal 1980 Lina è diventata titolare della sartoria. Le collezioni da lei firmate hanno sfilato oltre che in regione, a Roma, Milano e fuori dell’Italia (Budapest 1982, Rio de Janeiro 1988) fino ad arrivare a New York e in Canada nel 1985. Nel 1998 i suoi abiti sono stati esposti in una Mostra Internazionale a Colonia per la conferenza di TEXERE (Textile Education and Research in Europe) e nel 2002 al Salone Promozionale dell’Artigianato a Roma.
Lo stile raffinato e audace di Lina capta la personalità di ogni donna e di ogni uomo – ha disegnato anche abiti per una banda rock, poi non realizzati – e ne potenzia l’essenza; interpreta le forme e gli conferisce brio.
Per ideare un abito, Lina ascoltava le richieste della cliente e rispondeva secondo la sua sensibilità e intuizione. Le era subito chiaro dove voleva arrivare e come avrebbe progettato il capo. Il suo era un gioco di immaginazione che coniugava perizia artigianale e conoscenza di materiali e tecniche. Curava i suoi modelli in tutti i dettagli, dalle passamanerie rifinite a mano alla realizzazioni dei bottoni, dalle cuciture messe in evidenza agli inseriti di merletti e ricami, non c’era limite alla sua inventiva. La sua originalità si coglie nella continuità o irregolarità delle linee, nelle punte che scendono e slanciano, negli intrecci di nastri e strisce, nelle fasce orizzontali e oblique, nell’utilizzo frequente di tagli e montaggi sbiechi, nell’accostamento di tessuti e materiali diversi e nel riutilizzo anche di manufatti etnici, come i sari indiani, che le clienti le portavano. Nelle collezioni i modelli erano concepiti come un tutto unitario, con capi interscambiabili; anche per la singola cliente Lina pensava spesso alla possibilità di abbinare parti di un abito con quelle di un altro che le aveva già disegnato in precedenza.
I suoi modelli da sposa sono straordinari per la varietà di forme, materiali, colori che rompono con ogni schema mentale di rappresentazione del matrimonio. Ogni donna è vestita secondo la sua estetica e i suoi desideri. Un tocco di spirito e di gaiezza viene dato dalle scarpe: verdi, rosse o vivacemente colorate.
Lina si dedicò molto anche alla pellicceria, riadattando capi con una perizia tecnica che potenziava le qualità di ogni pelo, e ricreava ex novo le forme. Propose montaggi innovativi con inserti in pelle, frange e altri materiali, giacche corte in stile casual e impermeabili double face. Creò anche borse a manicotto e cappelli in pelliccia.
Dalla sua propensione a rompere gli schemi e ad andare controcorrente, nacque la passione per il riutilizzo: mentre il mercato spingeva verso il consumismo a basso costo e scarsa qualità, Lina inventava capi che duravano e potevano essere ripensati, riadattati, disfatti e ricomposti. I rifacimenti riguardavano gli abiti, le borse e finanche le maglie, che Lina tagliava e riassemblava con estro. Da vecchi golf non più usati ne ricavava altri completamente nuovi. Questa attività, che portò avanti fino agli anni più recenti, le permise di sperimentare accostamenti di materiali diversi e originalissimi.
Un discorso a parte merita l’impegno nell’insegnamento, a cui Lina si diede con entusiasmo, in particolare all’Istituto d’arte (attualmente Liceo artistico) “G. Sello” di Udine, dove nel 1998 diede vita, insieme agli allievi, a modelli ispirati al Friuli Venezia Giulia, derivati dal corso “Progettazione Arte del tessuto, della moda e del costume”, che l’Istituto ancora possiede. Gli studenti crearono i tessuti che rappresentavano il Messaggero Veneto, Villa Manin, il territorio, e la pannocchia; Lina li guidò nella realizzazione degli abiti, aprendoli a un’esperienza nuova, che superava la visione piana del modello e scopriva la tridimensionalità del corpo.
Quando, nel rifare o nel realizzare un capo, si scontrava con problemi esecutivi, Lina racconta:
«Non mi arrovellavo, chiudevo lì e mettevo da parte, spesso, anche dopo giorni, saltava fuori una soluzione che io non avevo pensato».
Questo modo di procedere è proprio dell’artista che, nel processo creativo, unisce la ricerca tecnica all’intuizione e alla sedimentazione.
«È tantissimo che utilizzo i silenzi, due ogni mattina, osservo un silenzio assoluto per venti minuti, sempre alla stessa ora, e perdo completamente il corpo», spiega Lina, e aggiunge: «Io non ho mai cercato niente e tutto, sempre, mi è arrivato».
Nel darsi al lavoro, Lina non si è mai risparmiata. Fin dai primi anni di attività con la madre, dopo essere tornata dalla scuola “Marangoni”, si è dedicata non solo al proprio atelier, ma anche alla diffusione della moda, intessendo relazioni fuori regione. Ha promosso i sarti e la moda del Friuli Venezia Giulia organizzando sfilate a Roma con la collaborazione di stilisti milanesi; ha lavorato attivamente nell’Unione Artigiani, nella Consulta femminile; ha sostenuto il Made in Friuli all’estero, a New York, a Montreal e a Toronto, in Spagna; ha promosso Flash Moda a Gorizia. Ha collaborato in modo stabile con l’Istituto d’arte “G. Sello” di Udine e con l’I.S.I.S. “R. D’Aronco” di Gemona. Ha partecipato a un lavoro di ricerca sul costume popolare friulano e preparato i cartamodelli per la sua riproduzione.
Si è spesa con un’energia che è davvero strabiliante e lei stessa, guardandosi indietro, dice:
«Io mi stupisco di quello che ho fatto».
Il suo impegno non si è fermato al lavoro e alla promozione dei sarti e dell’alta moda: Lina ha dato molto anche nel volontariato, lavorando per anni con Telefono amico e con l’Associazione Bambini Ipoacusici, che ha fondato e sostenuto, battendosi per il loro diritto a una scuola e una vita normale, quando ancora erano pesantemente discriminati. Alla chiusura dell’atelier ha donato gli abiti più belli al teatro di Klagenfurt e tutto il suo archivio alla Biblioteca Civica “V. Joppi”, che ne ha costituito un Fondo.
Lina ci tiene a precisare che per lei è importante solo il qui e ora: ha una partecipazione totale e intensa a ciò che intraprende e non ha mai fatto quello che non voleva fare:
«mai fatto un albero di Natale»
La sua è una linearità etica, sia personale che professionale: ha rispetto degli altri e accoglie i loro lati positivi come un arricchimento; ai lati negativi e alle critiche non è interessata.
La sua visione della vita, tutta personale, ha radici nella filosofica esoterica, che risolve i conflitti umani in una prospettiva di coerenza e fedeltà interiori, in armonia con un ordine superiore, accessibile a chi vi si accosta con la giusta disposizione all’ascolto.
Gli incontri che ho avuto con Lina sono stati per me un’esperienza di inaspettato arricchimento umano: non mi ha dato solo modo di conoscere il suo lavoro e la sua creatività artistica ma anche la sua filosofia di vita, e di toccare con mano l’enorme energia che ancora oggi profonde in ogni iniziativa e la positività con cui affronta ogni esperienza, ogni nuova conoscenza. Ne sono rimasta coinvolta e affascinata.
